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Imu e Tasi, si avvicina la scadenza: chi deve pagare e chi è esente

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Il Mese di Dicembre è atteso per l’arrivo della tredicesima e regali ma anche di pagamenti ed esborsi fiscali. Uno degli adempimenti da non scordare (ovviamente per chi vi è tenuto) è quello che riguarda Imu e Tasi. Si avvicina infatti il termine per versare il saldo. L’ultima data utile per farlo è il 16 dicembre 2019. “Da sottolineare – spiega il dottore commercialista Lamberto Mattei –  che, anche per l’anno in corso, l’adempimento non riguarda la prima casa, che non paga né Imu né Tasi. Sono esclusi ovviamente dall’esenzione gli immobili di lusso, ovvero quelli classificati nei gruppi A1, A8 e A9.

 

Potrebbe comunque essere l’ultimo anno di vigenza delle attuali regole, perché dal prossimo anno si parla di cambiare le cose con il varo della legge di Bilancio. Al momento – conclude Mattei – è ’ prevista in pratica l’unificazione dei due tributi nella cosiddetta Nuova Imu.”

Ma cerchiamo ora di approfondire meglio alcuni aspetti in una ricerca dello Studio Associato Sarcc di Roma:

  • Per prima casa si intende comunemente quella in cui il proprietario e il suo nucleo familiare hanno la residenza e dimorano abitualmente. A voler essere più precisi quindi, quella in cui uno ha sia la residenza che il domicilio.
  • Le case di lusso sono quelle accatastate come abitazioni signorili (A1), ville (A8), castelli, palazzi artistici o storici (A9). Questi tipi di immobili, pur utilizzati come abitazione principale, non godono dell’esenzione da Imu e Tasi.

In linea generale chi non ha comprato o venduto casa nel corso dell’anno, può in definitiva limitarsi a ricopiare la dichiarazione del precedente modello di versamento. Nella maggior parte dei casi, infatti, non cambia l’importo pagato con la rata di giugno, dato che la stragrande maggioranza dei comuni non hanno modificato le aliquote. Per sicurezza è consigliabile fare comunque, a scanso di equivoci, una verifica sui loro siti.

Se marito e moglie sono residenti in due case site nello stesso comune, bisogna pagare l’imposta su uno dei due immobili. Ciò non vale per gli anziani con residenza in una casa di cura, a patto che la casa di proprietà non risulti data in locazione. Se un immobile è stato ereditato, e ancora ci abita il coniuge superstite, gli eventuali comproprietari non devono versare alcunché.

A questo proposito con gli emendamenti alla manovra si mira a una stretta contro le ‘finte prime case‘, in particolare nei luoghi di vacanza. Con la modifica proposta, ogni nucleo familiare potrà indicare una sola abitazione principale sulla quale non pagare l’Imu. L’obiettivo è quello intervenire sulle case turistiche, spesso considerate come abitazione principale a causa dello spostamento fittizio della residenza di uno dei due coniugi. Bisognerà vedere tuttavia come andrà a finire perchè in merito esistono parecchie perplessità anche nella maggioranza. Si teme di penalizzare, infatti, anche chi davvero ha la necessità di residenze diverse, per esempio, per motivi di lavoro.

  • Se la casa viene data in comodato d’uso (per viverci gratis insomma) a figli o genitori si ha diritto a uno sconto del 50 per cento. Il proprietario tuttavia deve possedere un solo immobile in Italia oltre alla casa di residenza. Può godere dello sconto se l’appartamento ceduto in comodato si trova nello stesso comune dove possiede la prima casa. E’ necessario inoltre che il comodato sia registrato regolarmente e figli o genitori siano anagraficamente residenti nell’immobile.

Dunque per concludere: se a giugno si è pagato il saldo, è ora necessario verificare se l’aliquota utilizzata sia rimasta la stessa anche a dicembre. In genere è così, ma se l’aliquota prevista dal comune è cambiata bisogna calcolare la differenza e pagarla.

Se invece a giugno si è pagato solo l’acconto bisogna fare la stessa verifica. Quasi sempre l’importo da pagare è lo stesso del mese di giugno, e dunque basterà ricopiare l’F24 di quel mese, barrando stavolta la casellina saldo. Altrimenti si dovrà pagare tenendo conto della differenza.”

Occhi puntanti sul meccanismo europeo di stabilità (Mes), cosa prevede la riforma

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Roma – Un meccanismo economico finanziario che sta tenendo alta l’attenzione dei mercati nazionali ed internazionali e che sta dividendo anche la politica. L’approfondimento del dottore commercialista Lamberto Mattei in una ricerca dello Studio Associato Sarcc in cui si cerca di focalizzarne ruoli ed effetti su una riforma importantissima per l’economia e per la finanza pubblica.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità  è un’organizzazione intergovernativa dei paesi che condividono l’euro come moneta, ed ha il compito di aiutare i paesi che si trovano in difficoltà economica. È una componente molto importante dell’unione monetaria: serve a mettere in comune il denaro di tutti e a utilizzarlo nel caso in cui uno stato membro si trovi in difficoltà, visto che – condividendo la stessa moneta – le difficoltà di un paese possono avere conseguenze anche sugli altri. Il MES venne creato nel settembre del 2012 e portò al superamento di altri due fondi creati in precedenza allo stesso scopo (EFSF ed EFSM).

Il MES ha una dotazione di 80 miliardi di euro, pagati in maniera proporzionale all’importanza economica dei paesi dell’eurozona: con quasi il 27 per cento del capitale la Germania è il primo contributore, e con ogni probabilità non usufruirà mai degli aiuti. Inoltre, emettendo titoli con la garanzia degli stati che ne fanno parte, il MES può raccogliere sui mercati finanziari fino a 700 miliardi di euro. Questi soldi poi possono essere prestati agli stati in difficoltà, per esempio per ricapitalizzare i loro sistemi bancari. Gli stati che vengono aiutati dal MES, se rispettano alcune condizioni, possono ricevere anche l’aiuto illimitato da parte della BCE sotto forma delle famose OMT, un piano che di fatto permette l’acquisto senza limiti di titoli di stato del paese in crisi.

Per ricevere l’aiuto, uno stato deve accettare un piano di riforme la cui applicazione sarà sorvegliata dalla famosa “Troika”, il comitato costituito da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. Il piano di riforme di solito prevede misure molto impopolari, come taglio alla spesa pubblica, in particolare alle pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni e flessibilizzazione delle leggi sul lavoro, allo scopo di rendere nuovamente sostenibili i conti pubblici. Fino a oggi Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda hanno usufruito di programmi di aiuto del MES.

Cosa prevede la riforma?
Il MES è stato apprezzato da molti, in quanto è il primo tentativo organico di dotare l’eurozona di un meccanismo per affrontare le crisi, e insieme alla BCE rappresenta la cosa più vicina a un “prestatore di ultima istanza”, cioè un’istituzione che presta denaro a chi non riesce più a ricevere prestiti. Ed è anche un concreto tentativo di rendere l’eurozona più economicamente unita e solidale. Ma le critiche nei suoi confronti non sono nuove, anzi, circolano fin dalla sua fondazione. C’è chi ritiene che l’ESM non sia uno strumento sufficiente, e attacca i programmi di riforme spesso draconiane che gli stati devono accettare pur di ricevere i fondi. Ma c’è anche chi muove l’accusa opposta, quella di fare troppo in cambio di troppo poco: in genere tedeschi e nord europei che temono che meccanismi come il MES incentivino i paesi periferici a spendere più di quello che possono, sapendo che saranno salvati con i soldi di qualcun altro.

La riforma del MES discussa a partire dal 2018 è un tentativo di accontentare tutti, e in quanto tale è il frutto di un compromesso tra le parti: per esempio i paesi più indebitati, come l’Italia, che volevano che le linee di credito precauzionali erogate dal MES (in gergo PCCL e ECCL) venissero concesse anche senza bisogno di sottoscrivere un accordo dettagliato di riforme impopolari. Nella versione finale questa modifica è stata accolta (per quanto riguarda la PCCL), ma è stata aggiunta un’altra condizione su richiesta degli stati più ricchi del Nord, che di fatto la rende inutile. Per avere una linea di credito, infatti, sarà sufficiente una lettera di intenti, ma solo per quegli stati che rispettano i parametri di Maastricht (10 stati su 19 membri dell’eurozona, Italia compresa, non potranno quindi utilizzare a loro vantaggio questa misura).

I paesi indebitati hanno invece ottenuto una vittoria nella trattativa sul “backstop” per il Fondo di risoluzione unico, un fondo finanziato dalle banche europee che serve ad aiutare istituti finanziari in difficoltà. Con l’introduzione del “backstop” il MES potrà finanziare il Fondo di risoluzione fino a 55 miliardi; le banche – soprattutto quelle della periferia d’Europa ma non solo – diventeranno così più sicure.

La terza modifica introdotta dalla riforma è invece voluta dai “rigoristi” del Nord Europa, e come tale non piace all’Italia (ma non solo a Salvini: anche il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco ha detto di essere preoccupato, come il presidente dell’Associazione bancaria italiana Antonio Patuelli). Di fatto la riforma cerca di rendere più facile “ristrutturare” il debito pubblico di un paese che chiede aiuto al MES.

In altre parole, i privati che hanno prestato soldi agli stati in crisi dovranno perdere una parte del loro investimento nel momento in cui scatterà un pacchetto di aiuti. Uno dei sistemi per ottenere questo risultato è l’obbligo di emettere un particolare tipo di titoli di stato (i cosiddetti “single limb CAC”) che permettono una “ristrutturazione” (cioè una riduzione concordata del valore del prestito fatto allo stato) tramite un solo voto dei creditori, invece che con le procedure più complesse delle altre tipologie di titoli di stato. Questo vuol dire che un paese in difficoltà potrebbe restituire meno di quello che deve ai suoi creditori, che è una cosa buona; ma la cosa meno buona – e temuta – è che i creditori, sapendo di questa possibilità, finiscano per chiedere interessi più alti ai paesi che percepiscono più a rischio, come l’Italia.

Terzo trimestre 2019: aumentano le partite Iva ma non è un indicatore di crescita

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Roma – Nel terzo trimestre del 2019 sono state aperte 101.498 nuove partite Iva ed in confronto al corrispondente periodo dello scorso anno si registra un incremento del 5,7%.  Un dato indicativo che merita comunque un approfondimento. La ricerca nei dettagli dello Studio Associato Sarcc del commercialista Lamberto Mattei fornisce dati certi da fonte ministeriale.

“Ma non bisogna certo cantare vittoria – afferma Mattei – in quanto l’incremento delle partite Iva può essere riferito proprio ad una carenza lavorativa per cui molti giovani sono costretti ad aprire la partita Iva per “fatturare” il proprio lavoro. E’ il caso di professionisti, o altre tipologie e quindi non è che si possa parlare di un segno di ripresa. Potrebbe essere l’inverso”.

La distribuzione per natura giuridica – si legge ancora nella ricerca – mostra che il 72,3% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 21,6% da società di capitali, il 3,2% da società di persone; la quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente il 2,5% del totale delle nuove aperture. Rispetto al terzo trimestre del 2018, le persone fisiche evidenziano un apprezzabile aumento (+8,3%), dovuto in particolare alle nuove adesioni al regime forfetario: nel periodo in esame 49.171 nuovi avvianti hanno aderito al regime (48,4% del totale delle nuove aperture), con un aumento del 30,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Le forme societarie accusano invece un calo: -3,6% per le società di capitali e -4,9% per le società di persone. Da segnalare inoltre il notevole aumento delle aperture da parte di soggetti non residenti (+44%), come già rilevato in altri trimestri, legato allo sviluppo della web economy.

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 44,3% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22,1% al Centro e il 33,2% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia che i principali incrementi di avviamenti sono avvenuti in Piemonte (+16,2%), in Lombardia (+11,5%) e in provincia di Bolzano (+11,2%). Le diminuzioni più consistenti in Valle d’Aosta (-19,7%), Calabria (-3,6%) e Sardegna (-3%).

In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra, come di consueto, il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 20,5% del totale, seguito dalle attività professionali (16,1%) e dalle costruzioni (9,2%). Rispetto al terzo trimestre del 2018, tra i settori principali i maggiori aumenti si segnalano nell’istruzione (+21,2%), nelle attività professionali (+16,2%) e nei servizi d’informazione (+13,6%). L’unico settore in flessione è la sanità (-5,8%).

Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione di genere mostra una sostanziale stabilità (maschi al 62,7%). Il 46% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 32% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, si notano incrementi di aperture crescenti all’aumentare dell’età degli avvianti: dal +17,1% della classe più anziana al +5,9% della più giovane.

Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 19,4% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero.

Lega Consumatori e Studio Sarcc insieme a Pomezia per l’incontro sul Social Impact Finance

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Roma – C’è molta attesa per l’incontro formativo e di approfondimento organizzato a Pomezia da Lega Consumatori in collaborazione con lo Studio Sarcc di Roma di cui è founder il commercialista Lamberto Mattei. L’appuntamento è per il 22 Novembre 2019 alle ore 18.00 presso l’Hotel Enea in via del Mare a Pomezia. Saranno trattate le tematiche relative al:

“Social Impact Finance: Una piattaforma Italiana per la Finanza D’Impatto“ Il nuovo codice della crisi – La ristrutturazione aziendale e finanziaria – Il controllo delle Entrate e delle Uscite
Il Microcredito – La finanza agevolata-Gestione della crisi aziendale – C’è crisi o sei in crisi?

Lo Studio Associato SARCC  di Roma opera a livello nazionale nel campo della consulenza fiscale , tributaria e del lavoro. Assistenza Contenzioso Tributario, Civile e Penale, ed il dottor Lamberto Mattei tratterà la tematica relativa al nuovo codice della crisi con una analisi approfondita sui rischi ma anche sulle opportunità per l’imprenditoria nel contesto attuale.

“E’ una occasione importante – spiega Lamberto Mattei – in cui ci troviamo insieme con la Lega Consumatori ad approfondire nei dettagli una materia di grande interesse. Oltre ad individuare le criticità del settore abbiamo il dovere di trovare delle soluzioni e ciò è possibile solo attivando sinergie ed interagendo tra i diversi settori del contest economico finanziario”

Questo il programma:

Ore 18.00 – Saluti e apertura dei lavori a cura del presidente della Lega Consumatori Pomezia, Dario Ferraro
Ore 18.10 – Dott. Lamberto Mattei– Il nuovo codice della crisi – rischi e opportunità per l’imprenditore. Ristrutturazione AziendaleOre 18.30 –Dott. Marcello D’Onofrio – Il metodo di controllo e di programmazione delle entrate e delle uscite . “La crisi non è quella di mercato, ma di cultura aziendale.”
Ore
18.50 –Dott. Marco BAFFONI – Ente Nazionale Microcredito – Responsabile Territoriale Lazio
L’Ente Nazionale per il Microcredito esercita importanti funzioni in materia di microcredito e microfinanza, a livello nazionale ed internazionale.
Ore 19.00 – Dott. Simone MORGANTI – Presidente Business & Technology Integration Services –
Credito D’imposta Per Ricerca E Sviluppo – Social Impact Finance Dalla Teoria Alla Pratica;
Ore
19.15 – Dott. Jacopo Gianetti- Finanza agevolata- Start up aziendaleFinanziamenti Europei – Formazione gratuita attraverso Fondi Interprofessionali.
Finanziamenti aziende – Europrogettazione e contributi per associazioni ed enti no profit.
Ore 19.30 – Dott. Paolo D’anselmi – Ingegnere elettronico, master in amministrazione pubblica, dottorato in CSR in corso presso la London Metropolitan University.
Ore 19.40 – Dott. Antonino Gasparo- Presidente Nazionale C.I.L.A.-Confederazione Italiana Lavoratori Artigiani
Ore 19.50 – Dott. Antonio GUIDO – Presidente FederAlberghi Pomezia– Nuova stagione, nuove sfide…

Limiti al denaro contante, il commercialista Lamberto Mattei: “idiosincrasia incomprensibile e dannosa”

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Roma – Con decorrerenza primo gennaio 2020 e fino al 31 dicembre 2021 il divieto per l’utilizzo del contante è fissato a 2.000 euro. A decorrere dal primo gennaio 2022 il divieto scatta a 1.000 euro. È la soglia confermata nell’ultima bozza del decreto fiscale in materia di modifiche al regime di utilizzo del contante.

La norma, spiega la relazione illustrativa, introduce modifiche volte a ridurre progressivamente la soglia. Lo fa secondo una logica transitoria spalmata sul prossimo biennio, dapprima a 2.000 euro e successivamente a 1.000 euro. Così limita le transazioni in denaro contante che possono essere effettuate al di fuori del circuito degli intermediari bancari e finanziari abilitati.

La norma vigente prevede il divieto di trasferire denaro contante e titoli al portatore in euro e in valuta estera per un valore complessivamente pari o superiore a 3.000 euro. La disposizione, si legge nella relazione tecnica, non produce nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, essendo peraltro assistita da una regime transitorio capace di neutralizzare qualsiasi effetto a regime.

“Può essere giusto incentivare i pagamenti con i sistemi elettronici – commenta il commercialista Lamberto Mattei – ma questa idiosincrasia verso il contante è incomprensibile e soprattutto dannosa per la collettività nazionale”.

Relazione sull’economia: alta evasione pesa sulla crescita. Mattei: “i contribuenti vanno tutelati”

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Roma 8 ottobre 2019 – I dati contenuti nella Relazione sull’economia non osservata allegata alla Nota di aggiornamento al Def “mostrano la persistenza di livelli elevati di evasione fiscale e contributiva, aspetti critici per il rafforzamento della capacità competitiva e di crescita del nostro Paese e per l’efficacia e l’equità delle politiche pubbliche”. A sottolinearlo è il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo nell’audizione sulla Nadef davanti alle Commissioni Bilancio di Senato e Camera. Le stime della relazione evidenziano in media, nel triennio 2014-2016, un gap complessivo pari a circa 109,7 miliardi.

“Serve una riforma complessiva ed organica – ha dichiarato il commercialista Lamberto Mattei – i dati che si evincono dalla relazione e nello specifico riportati dall’Istat sono solo conferme di un quadro ormai già noto. Ed è un gatto che si morde la coda. L’evasione aumenta poichè c’è una distanza che cresce sempre di più nei rapporti tra fisco e contribuenti.

Servono nuovi metodi di approccio, tutto sta nel saper e dover tutelare i contribuenti italiani e metterli nelle condizioni di dover poter pagare il giusto. Ovvio che una riduzione delle tasse è la cura principale: favorirebbe incrementi di gettito e non delle riduzioni, poichè a costi di tasse accessibili l’evasione si ridurrebbe sensibilmente ed in breve tempo. Noi siamo impegnati a tutto campo e continueremo a tutelare i contribuenti presentando proposte di legge ed approfondimenti”.

Valoridicarta s.p.a. è il polo nazionale di produzione delle carte speciali di sicurezza

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Roma – Creare un polo italiano di eccellenza per la produzione integrata di carte speciali ed elementi olografici di sicurezza. Con questo obiettivo, dopo l’iter di accreditamento conclusosi positivamente da parte della Banca Centrale Europea (BCE), nasce Valoridicarta S.p.A., la nuova Società in house del Poligrafico e Zecca dello Stato (azienda partecipata del MEF al 100%,) e della Banca d’Italia destinata a realizzare carte filigranate di alto livello con elementi olografici di sicurezza e anticontraffazione, per la produzione di banconote e documenti di riconoscimento.

La produzione della carta speciale di sicurezza avverrà nel sito produttivo di Foggia che negli ultimi anni è stato oggetto di importanti investimenti e piani di rilancio sia in termini di rinnovamento tecnologico e sviluppo di nuove attività di ricerca.

Per annunciare la nascita di Valoridicarta S.p.A., è stato scelto il Palazzo Storico della Zecca, in via Principe Umberto a Roma.

Il Palazzo di via Principe Umberto: la sede storica della Zecca Italiana

Il palazzo della Zecca di Roma, situato nel quartiere Esquilino, è un edificio di particolare importanza storica: è stato infatti sede della prima Zecca dell’Italia Unita.

Nel 1904, la legge del 2 giugno n. 417 promulgò la costruzione della “Zecca d’Italia” e, il 27 giugno del 1908, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III e del Ministro del Tesoro, Paolo Carcano si svolse la cerimonia della posa della prima pietra dell’edificio della Zecca in via Principe Umberto, progettato dall’Ing. Carlo Mongini.

Il palazzo fu concepito non solo come luogo di produzione, ma anche come luogo di cultura: all’interno della struttura, sin dalla sua progettazione, furono collocate le officine di produzione monetaria, la Scuola dell’Arte della Medaglia (non ha mai smesso di operarvi) ed il Museo della Zecca.

L’edificio fu inaugurato il 27 dicembre 1911 e, da allora, sono state realizzate e coniate le monete del Regno d’Italia e della Repubblica Italiana dalla Lira all’Euro. Con l’entrata in vigore dell’euro, considerate le accresciute esigenze produttive, è stato reso operativo anche lo stabilimento situato nel quartiere romano dell’Appio, di via Gino Capponi, dove la produzione è stata definitivamente trasferita nel 2006 ed è tutt’oggi operativa.

Foto per gentile concessione dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato

Al via dal primo luglio lo scontrino elettronico, tutte le novità per gli esercenti

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Roma – Da ieri lunedì 1° luglio 2019 è entrato in vigore lo scontrino elettronico, lo studio Associato Sarcc di cui è founder il commercialista Lamberto Mattei ha promosso la seguente ricerca:

Prosegue il processo di digitalizzazione delle certificazioni fiscali, avviato a gennaio con l’introduzione della fattura elettronica: processo che rappresenta una delle leve principali per diffondere la cultura del digitale nel mondo delle imprese, migliorare i processi amministrativi e ridurre i costi di gestione, con un impatto positivo anche sulla compliance fiscale.Dal primo luglio scatta l’obbligo dello scontrino elettronico per i soggetti che esercitano il commercio al minuto e le attività similari e che, ad oggi, non sono tenuti ad emettere fattura verso i clienti, salvo che tale documento non sia richiesto dal cliente stesso: l’obbligo scatta immediatamente per i circa 260.000 esercenti con un giro d’affari superiore ai 400.000 euro, per tutti gli altri a partire dal primo gennaio 2020. Dalla stessa data, partirà anche la lotteria dei corrispettivi, cui possono partecipare i consumatori che acquistano beni o servizi presso gli esercenti che effettuano la trasmissione telematica dei corrispettivi.

L’introduzione dello scontrino elettronico, che manderà progressivamente in pensione lo scontrino e la ricevuta cartacea, non comporterà sostanziali cambiamenti per i clienti, che riceveranno un documento (cartaceo o digitale) da utilizzare come garanzia degli acquisti e per le relative detrazioni.

COME FUNZIONA

Con l’introduzione dello scontrino elettronico, gli esercenti avranno così accesso facile e immediato ai dati delle proprie vendite, che verranno trasmessi direttamente all’Agenzia delle Entrate, con la possibilità di controlli più tempestivi e più rapide analisi di eventuali rischi di evasione.

Per l’emissione dello scontrino elettronico è necessario l’utilizzo di registratori telematici che comunichino costantemente con l’Agenzia delle Entrate. A questo scopo sarà necessario per l’esercente acquistare un nuovo registratore di cassa telematico, ottenendo un credito d’imposta del 50% del valore fino ad un importo massimo di 250 euro, oppure adeguare il proprio registratore, ricevendo un credito d’imposta fino a 50 euro. I nuovi terminali permetteranno anche alle piccole realtà di digitalizzare maggiormente la propria attività e di semplificare l’archiviazione dei dati, la contabilità e i calcoli degli adempimenti fiscali.

In alternativa all’utilizzo dei registratori di cassa telematici, è possibile memorizzare e trasmettere alle Entrate i dati dei corrispettivi giornalieri tramite il nuovo servizio web dell’Agenzia, disponibile nell’area riservata del portale Fatture e Corrispettivi. Tramite la procedura web – che può essere utilizzata, oltre che da pc, anche tramite tablet e smartphone – i soggetti interessati possono predisporre online un documento commerciale e allo stesso tempo memorizzare e inviare all’Agenzia delle Entrate i dati dei corrispettivi di ogni singola operazione effettuata. Per accedere al sistema è possibile utilizzare le credenziali Spid (Sistema pubblico di identità digitale), dei servizi telematici Entratel e Fisconline o la Carta Nazionale dei Servizi (Cns).

Come per la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi giornalieri deve essere effettuata entro 12 giorni, da calcolare in relazione alla data di effettuazione delle operazioni, anche per favorire l’adempimento da parte degli esercenti che operano in zone con scarsa copertura Internet.

PERIODO TRANSITORIO

Per consentire una graduale adesione all’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi, gli operatori che non abbiano ancora la disponibilità di un registratore telematico potranno assolvere all’obbligo di trasmissione dei dati relativi ai corrispettivi giornalieri entro il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione, senza incorrere in sanzioni, fermi restando i termini di liquidazione dell’imposta sul valore aggiunto. Tale disposizione vale solo per i primi sei mesi dall’entrata in vigore dell’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi, che decorre dal 1° luglio 2019 per i soggetti con volume di affari superiore a 400mila euro e dal 1° gennaio 2020 per gli altri soggetti. Le modalità di trasmissione online dei dati dei corrispettivi giornalieri saranno definite da un prossimo provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate.

SOGGETTI ESENTATI

Sono esonerati dall’obbligo di emissione dello scontrino elettronico tutti i soggetti che, in base alla legislazione vigente, sono fuori dal perimetro di certificazione dei corrispettivi, confermando quindi gli esoneri dalla certificazione fiscale attualmente esistenti. Tra questi, tabaccai, giornalai, venditori di prodotti agricoli e chi presta servizi di telecomunicazione, radiodiffusione e di trasporto pubblico di persone e veicoli (qualora il titolo di viaggio coincida con lo scontrino). Inoltre, sono esonerati, fino al 31 dicembre 2019, i soggetti che effettuano operazioni marginali, cioè quelle che non superano l’1% del volume d’affari complessivo realizzato nel 2018, e le cessioni e prestazioni effettuate su mezzi di trasporto in viaggi internazionali (ad esempio le navi da crociera); questi soggetti continueranno a certificare queste operazioni marginali in modalità cartacea.

IL CONTESTO INTERNAZIONALE

L’Italia è all’avanguardia fra i Paesi che hanno avviato un processo di digitalizzazione delle certificazioni fiscali.
Come emerge dal rapporto dell’Ocse “Implementing Online Cash Registers”, all’estero ci sono tuttora pochi esempi in tale direzione: il Portogallo ha adottato un sistema che utilizza i dati dalle fatture per identificare discrepanze e frodi fra l’Iva pagata e le fatture inviate dai contribuenti all’amministrazione. In Svezia le vendite devono essere registrate su un terminale di cassa collegato ad un’unità di controllo fiscale, certificata dall’Amministrazione Fiscale svedese. In Olanda è stato invece sviluppato un marchio di certificazione, adottabile su base volontaria, per indicare che un registratore di cassa rispetta i requisiti per immagazzinare e gestire i dati in maniera affidabile, rendendo visibili eventuali irregolarità nelle transazioni. In Russia, invece, all’inizio del 2017 è iniziato il passaggio verso l’obbligo di registratori di cassa online, che istantaneamente caricano i dati sulle compravendite nei database dell’Amministrazione Fiscale.

Il punto sul reddito di cittadinanza: Lamberto Mattei: “oltre un milione di domande, tasso di rifiuto del 25%”

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Roma – Le domande per il reddito di cittadinanza “fino al 31 maggio sono state un milione e 270mila, sono in linea con quelle previste e c’è un tasso di rifiuto del 25%, cioè quelle respinte”. Un dato sul quale è bene soffermarsi a riflettere – spiega il commercialista Lamberto Mattei –  sottolineando che “se si conferma questo andamento avremo un miliardo l’anno che poi tornerà indietro al governo.  Quanto al numero di rinunce, il presidente dell’Inps ha commentato alcuni dati diffusi dai media bollandoli come “fake news”. “Voi avete sentito parlare di una grossa fake news, cioè 100mila persone che hanno restituito il reddito ma non è vero . Ci sono stati 12 casi, ad esempio a Genova, Napoli e Palermo, dove delle persone si sono informate sul come rifiutare il reddito. Ma sapere perché? Sono state le aziende, per cui queste persone lavoravano in nero, per evitare sanzioni, a consigliare ai beneficiari di rinunciare”.

Pubblicato il Rapporto sulla revisione straordinaria, restano margini per la razionalizzazione delle partecipazioni pubbliche

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Nel settore delle partecipazioni pubbliche lo Studio Sarcc ha svolto una ricerca relativa alla pubblicazione del rapporto ufficiale sulla revisione straordinaria. Il commercialista Lamberto Mattei con il suo staff rende noti i contenuti diramati anche dal Ministero stesso.

“Il Rapporto presenta un quadro degli esiti della revisione straordinaria ed illustra i dati quantitativi, comunicati alla banca dati del Dipartimento del Tesoro a gennaio 2019, relativi alle alienazioni delle partecipazioni da parte delle amministrazioni pubbliche e all’esercizio del diritto di recesso dalle società da esse partecipate.

Nel dettaglio, su un totale di 32.427 partecipazioni detenute dalle amministrazioni pubbliche, 18.124 sono risultate non conformi al TUSP e quindi avrebbero dovuto essere oggetto di provvedimenti di razionalizzazione. Fra queste ultime, per il 37% sono stati adottati interventi in tal senso; per quanto riguarda un ulteriore 46%, le amministrazioni hanno dichiarato di volerle mantenere senza prevedere interventi di razionalizzazione; mentre nessuna indicazione è stata data per il 17% delle partecipazioni residue.

Il Rapporto registra altresì che 3.117 partecipazioni sono state dichiarate cedibili dalle amministrazioni partecipanti. Per 572 casi (il 18% del totale) è stato comunicato il buon esito della procedura, anche a causa delle molteplici incertezze riscontrate nella prassi operativa di scelta della modalità di individuazione dei potenziali acquirenti.

Per 568 partecipazioni, inoltre, le amministrazioni hanno comunicato nei provvedimenti di revisione straordinaria la volontà di esercitare il diritto di recesso dalle società entro il 30 settembre 2018, ma soltanto in 178 casi (pari al 31%) è stato poi effettivamente comunicato l’esito positivo della procedura.

Le alienazioni e i recessi posti in essere hanno generato per le amministrazioni interessate introiti pari a circa 431 milioni di euro.

Ultimato il monitoraggio relativo alla revisione straordinaria, l’attività della Struttura continua con la rilevazione dei provvedimenti di razionalizzazione periodica delle partecipazioni, come previsto dall’articolo 20 del TUSP, nella consapevolezza, avvalorata dal Rapporto, che esiste un potenziale di ulteriori interventi di razionalizzazione sul sistema delle partecipazioni pubbliche che, se coerentemente realizzati, potrebbero determinare effetti di maggiore impatto sulla finanza pubblica”.